
Nei precedenti articoli abbiamo parlato di tutti quei font derivati dai caratteri romani (Romani: Antichi, lapidari, transizionali e moderni) e dei font riconducibili alla scrittura gotica (Medievali) o alla cultura gotica (lineari). Ma ci sono classi di font che non sono appartenenti né ad una né all’altra classe.
In questo articolo parleremo proprio di una di queste classi, i font fantasia. Questi caratteri vengono spesso definiti in modi diversi, come font ornamentali, decorativi o casual. Tuttavia, queste definizioni sono parziali e non sempre precise. Nel linguaggio tipografico contemporaneo, il termine “fantasia” viene spesso utilizzato in modo generico. In questo articolo lo utilizzeremo in senso esteso e consapevole.
Definizione moderna
I font fantasia sono caratteri tipografici dal design unico, pensati per scopi estetici o espressivi non per la lettura continua. Spesso riproducono forme di oggetti, temi specifici o motivi decorativi. Iniziano a diffondersi già nel XIX secolo, negli anni d’oro dell’arte decorativa, in un contesto di profonda trasformazione della comunicazione visiva, che anticipa le successive avanguardie artistiche del XX secolo.
A questo punto è doveroso fare un chiarimento. Secondo la classificazione di Aldo Novarese, alcuni di questi font possono essere classificati come fantasia mentre alcuni di essi come ornati ed altri come Egiziani.
- Font egiziani: gli slab serif squadrati e pesanti;
- font ornati: tutti quei font con una struttura tradizionale (romane, gotiche o altre) ma arricchita con ornamenti e decorazioni;
- font fantasia: tutti i font non riconducibili alle famiglie canoniche.

Con il termine “font fantasia” intendiamo oggi non solo la categoria definita da Aldo Novarese, ma un insieme più ampio di caratteri espressivi e decorativi, non riconducibili alle principali famiglie tipografiche tradizionali.
Questi font non sono progettati per la lettura continua, ma per comunicare un’identità visiva, spesso attraverso forme non convenzionali, decorazioni o soluzioni formali particolari. Sono utilizzati prevalentemente in contesti in cui l’impatto visivo è fondamentale, come logotipi, manifesti, film, album musicali e comunicazione promozionale.

Origini dei caratteri ornati
I primi esempi di ciò che oggi potremmo definire caratteri decorativi o ornati li troviamo nei libri manoscritti a partire dal 500 d.C. fino al 1400 d.C. Si tratta di lettere disegnate a mano, spesso uniche, utilizzate come capolettera.

I capilettera miniati, ad esempio, erano vere e proprie composizioni artistiche: iniziali arricchite con motivi floreali, figure animali e inserti in oro, pensate per guidare lo sguardo e sottolineare l’importanza del testo. Allo stesso modo, le scritture gotiche presentavano forme complesse e fortemente stilizzate, mentre l’elemento decorativo si intrecciava direttamente con il contenuto, soprattutto nei testi religiosi.
Con l’invenzione della stampa a caratteri mobili da parte di Gutenberg, durante il rinascimento la lettera entra in una nuova fase. I caratteri diventano riproducibili e standardizzati, dando origine ai primi caratteri tipografici. Inizialmente, questi caratteri mantengono una certa sobrietà, cercando di riprodurre la scrittura gotica e romana ma compaiono presto iniziali incise con elementi ornamentali che accompagnano il testo stampato.

I caratteri da insegna
Nel XIX secolo, contestualmente allo sviluppo della stampa commerciale e pubblicitaria, nasce l’esigenza di emergere dal “rumore” visivo, che in quegli anni aumentava in maniera esponenziale. La rivoluzione industriale segna il passaggio da una cultura tipografica del libro a una cultura tipografica della comunicazione pubblica urbana. Manifesti, insegne e annunci commerciali introducono una nuova esigenza: catturare rapidamente l’attenzione.

Inizialmente si sviluppano due nuove tipologie di caratteri, che oggi rappresentano classi a sé: i caratteri grotteschi (lineari e senza grazie descritti in questo articolo) e i caratteri con neri molto marcati e grazie spesse, oggi classificati come Egiziani o Slab serif. L’obbiettivo di questi font era quello di sfruttare al meglio lo spazio per attrarre l’attenzione e apparire più impattanti.
Durante l’800 queste nuove classi di font cominciarono a diffondersi rapidamente nel settore della comunicazione visiva. I giornali cominciarono a utilizzarli per “urlare” le notizie, le aziende li utilizzavano per rendere più visibili le insegne, le pubblicità per avere un impatto maggiore.

I primi display

È in questo contesto che si sviluppano i primi caratteri tipografici decorativi propriamente detti, come ad esempio i caratteri di legno, i wood types style, che portano all’estremo la verticalità e il “peso” dei slab serif; oppure i caratteri Italian o Tuscan types, caratterizzati da grazie biforcute e forme eccentriche.

Questi caratteri rappresentano i primi esempi di quelli che oggi possiamo ricondurre ai font fantasia, realizzati appositamente per insegne, manifesti e pubblicità. Si diffusero negli Stati Uniti, ma anche in Europa, tra i teatri i saloon e i bar. Essi introducono alcune innovazioni decisive: aumento del contrasto visivo, espansione della struttura ornamentale e introduzione di effetti decorativi (inline, shadow, 3D). La tipografia entra così nella sfera dello spettacolo visivo.
Il liberty e i font decorativi
Agli inizi del ‘900, durante l’Art Nouveau, le lettere si allungano e si piegano come piante. Vengono disegnati numerosi font che si distaccano completamente con la tradizione dei caratteri romani. Vengono studiate nuove forme e sperimentati nuovi modi di rappresentare le lettere. Tutto lo spirito del secessionismo artistico si riversa anche sulla tipografia.

Poi assistiamo ad un rallentamento nella proliferazione dei font decorativi. Tra gli anni Trenta e Sessanta, infatti, dopo la ricchezza ornamentale dell’Ottocento e le sperimentazioni delle avanguardie, si afferma una visione opposta, fondata su ordine, razionalità e funzione. È il periodo in cui movimenti come il Bauhaus e, successivamente, lo Swiss Style definiscono un nuovo linguaggio visivo. La progettazione si struttura su griglie rigorose, i caratteri sans-serif diventano il riferimento principale e ogni elemento decorativo viene progressivamente eliminato.
Tuttavia, più che essere eliminato, il carattere decorativo continua a vivere nei contesti in cui la comunicazione deve attirare, persuadere ed emozionare: nella pubblicità, nelle insegne e nel packaging, nel cinema e poi nella televisione.
Dopo le grandi guerre
Nel secondo dopoguerra, a partire dagli anni Sessanta, avviene una nuova rivoluzione culturale. L’avvento della cultura pop e dei movimenti controculturali riporta al centro una dimensione espressiva più libera, meno vincolata alle regole moderniste.
La musica, i cambiamenti sociali e l’esplosione dei media influenzano direttamente anche la tipografia. I manifesti musicali diventano uno dei luoghi di maggiore sperimentazione. Le parole si deformano, si sovrappongono, si fondono fino a diventare talvolta difficili da leggere. È la stagione della tipografia psichedelica a volte fatta di lettering disegnato a mano, un approccio che influenzerà successivamente la street art e numerosi caratteri digitali.

Accanto a queste sperimentazioni emergono font ben definiti che incarnano lo spirito del periodo. Il Cooper Black disegnato da Oswald Bruce Cooper nel 1922, fu riscoperto tra anni ’60 e ’70 e utilizzato in molti dischi celebri come Pet Sounds dei The Beach Boys, influenzando la cultura pop grazie alle sue forme morbide e pesanti.

La nuova tendenza è quella di creare caratteri con una forte identità propria: Font come ITC Benguiat progettato da Ed Benguiat nel 1977 (Quello usato nel 2016 per il logotipo della serie Netflix Stranger Things), introducono un’eleganza decorativa molto riconoscibile, utilizzata in ambito editoriale e cinematografico.

Tra gli anni Settanta e Ottanta, questa tendenza si diffonde in modo capillare. I caratteri tipografici di forte impatto, stilizzati e originali tornano ad occupare una posizione centrale in numerosi ambiti: copertine di dischi, loghi, televisione, cinema e pubblicità. Un esempio è il celebre ITC Avant Garde Gothic, progettato nel 1970 da Herb Lubalin e Tom Carnase.
Con l’arrivo dei computer arrivano anche i primi font digitali originali come il font OCR-A, del 1968. Un carattere tipografico monospaziato progettato per essere leggibile sia da esseri umani sia da macchine ottiche. Progettato da Adrian Frutiger per American Type Founders è uno dei primi font sviluppati per il riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) e rimane un riferimento storico nella tipografia e nell’automazione dei dati

I font come fenomeni di costume
Verso la fine del Novecento e con la diffusione della grafica digitale, la produzione di font decorativi aumenta esponenzialmente. Oggi rappresentano una delle categorie più vaste e meno regolamentate del panorama tipografico. Le moderne tecnologie di stampa e di computer grafica, infatti, permettono di progettare, realizzare e stampare font di ogni tipo.

“Decorative typefaces exist to be noticed.”
— Ellen Lupton, Thinking with Type
Questa proliferazione, però, ha portato anche una diffusione incontrollata e un uso improprio che ha provocato quello che si può definire inquinamento visivo. Ci sono due casi emblematici che raccontano bene questo fenomeno:
- Il font Papyrus, di Chris Costello del 1982
- Il font Comic Sans, di Vincent Connare del 1994
Il Papyrus è un font che racconta molto bene cosa può succedere nell’era digitale. È stato disegnato nel 1982 da Chris Costello, con l’idea di evocare qualcosa di antico e materico: le scritture su papiro, le incisioni artigianali, un’estetica quasi primitiva. Le lettere infatti sono irregolari, con bordi frastagliati e un aspetto consumato, come se fossero state tracciate a mano su una superficie ruvida.

Per anni è rimasto relativamente poco diffuso, ma negli anni ’90 è successo qualcosa di decisivo: Papyrus è stato incluso nei sistemi operativi di Windows e Mac. Questo lo ha reso immediatamente disponibile a milioni di persone, anche senza competenze di design. Da lì, la sua diffusione è stata rapidissima.
È stato usato ovunque, soprattutto in contesti che volevano comunicare qualcosa di “naturale”, “etnico” o spirituale. Uno dei casi più noti è il suo utilizzo in Avatar (2009), che lo ha reso ancora più riconoscibile.
Il Comic Sans, invece, nasce nel 1994 per mano di Vincent Connare, con un obiettivo molto semplice: rendere il testo più umano. Doveva essere usato in un’interfaccia interattiva ispirata ai fumetti, e infatti riprende proprio quel linguaggio, con lettere morbide, irregolari e informali. Fin dall’inizio comunica qualcosa di preciso: un tono amichevole, accessibile, quasi giocoso.

Non è progettato per essere elegante o neutro, ma per mettere a proprio agio. Il vero punto di svolta arriva quando viene incluso nei sistemi Windows. A quel punto, diventa uno dei font più usati al mondo. Compare ovunque: documenti, presentazioni, cartelli, comunicazioni quotidiane. Ed è proprio qui che nasce il problema.
Viene utilizzato anche in contesti in cui non è adatto (ambiti formali, istituzionali o professionali) e finisce per essere percepito come fuori luogo. Con il tempo diventa quasi un simbolo di uso improprio della tipografia e nascono persino movimenti anti-comic sans.

Eppure, il suo senso originario non era sbagliato. Comic Sans è stato pensato per avvicinare le persone all’informatica, utilizzando un carattere che imitava quello dei fumetti per rendere l’utilizzo del computer più user-friendly. Ancora oggi ha un ruolo in contesti specifici, come la didattica o la comunicazione inclusiva.
Caratteristiche distintive dei font fantasia

Sono un gruppo di font eterogeneo, non definito da una struttura formale comune, ma da una forte componente espressiva e stilistica. Comprendono i french e tuscan types, i wood types e tutti i caratteri non classificabili in altro modo. Per questo non hanno molte caratteristiche in comune tra loro, ogni carattere tende ad avere una personalità autonoma e riconoscibile. In generale, questi caratteri si distinguono per:
- Lettere dal forte impatto;
- forme non convenzionali;
- grazie non tradizionali (se presenti);
- distacco dalle regole tipografiche classiche.
Alcuni di questi caratteri presentano anche:
- Lettere spesso uniche o fortemente stilizzate;
- Decorazioni evidenti;
- elementi grafici integrati nel disegno del glifo.
Uso moderno dei font fantasia
Alcuni font fantasia sono diventati iconici, nel bene e nel male, ma a differenza degli altri caratteri non condividono caratteristiche formali univoche. Per questo è importante conoscere la genesi e le caratteristiche di ognuno di questi font prima di utilizzarli, perché ognuno di loro ha un “carattere” a sé. Tuttavia, è possibile individuare alcune linee guida generali.
Dove funzionano
I font fantasia trovano applicazione in contesti dove l’identità visiva è centrale:
- logotipi e marchi;
- copertine;
- poster e locandine;
- eventi;
- packaging;
- comunicazione per bambini o intrattenimento.
Dove evitarli
Un uso improprio di questi caratteri può compromettere la credibilità di un progetto grafico. Per questo tali font sono generalmente sconsigliati in ambiti che richiedono chiarezza e neutralità:
- Corpo del testo di libri, giornali e nell’editoria tradizionale;
- interfacce digitali;
- documentazione tecnica;
- comunicazione istituzionale.
Altri esempi dei più diffusi
Questi caratteri tipografici comprendono una grande varietà di stili, spesso legati a specifici momenti storici o linguaggi visivi. Di seguito alcune delle principali categorie con esempi rappresentativi:
Tuscan Types
Caratterizzati da grazie biforcute e forme eccentriche tipiche dell’Ottocento.
- Tuscan No. 36 – Disegnato da autori anonimi nel XIX secolo. Per fonderie americane. Distribuito tramite digitalizzazioni storiche (ad es. Bitstream / Monotype).
- Rosewood – Disegnato da Carl Clausen nel 1990. Per Adobe. Distribuito tramite Adobe Fonts.
- MFC Carnivale Monogram – Disegnato da Jim Lyles, Brian J. Bonislawsky nel 2013. Per Monogram Fonts Co. Distribuito tramite piattaforme indipendenti (es. MyFonts).
Wood Types (stampa tipografica su legno)
Caratteri nati per manifesti e grande formato.
- French Antique – Disegnato da autori vari nel XIX secolo. Per diverse fonderie europee. Oggi distribuito tramite Monotype e altri cataloghi digitali.
- Playbill – Disegnato da Robert Harling nel 1938. Per Stephenson Blake. Distribuito tramite Monotype.
- Buffalo Western – disegnato da Coert De Decker nel 2013. Per Kustomtype. Distribuito tramite Monotype.
Vintage / Art Nouveau Style
Font legati alla fine dell’Ottocento e inizio Novecento.
- Eckmann – Disegnato da Otto Eckmann nel 1900. Per Rudhard’sche Gießerei. Distribuito tramite Linotype.
- Arnold Böcklin – Disegnato da Otto Weisert nel 1904. Per D. Stempel AG. Distribuito tramite Linotype / Monotype.
Digital Types
Font nati con il computer, spesso sperimentali.
- Data 70 – Disegnato da Bob Newman nel 1970. Per Letraset. Distribuito tramite ITC / Monotype.
- Chicago – Disegnato da Susan Kare nel 1984. Per Apple. Distribuito come font di sistema Macintosh.
- WL Dot Matrix – Disegnato da Samuel Goldstein nel 2020. Per Writ Large. Distribuito tramite Myfonts.
Scritti e Comic Style
Font che simulano scrittura a mano, fumetto o calligrafia.
- Papyrus – Disegnato da Chris Costello nel 1982 (digitalizzato nel 1993). Per Letraset. Distribuito tramite Microsoft e Apple.
- Comic Sans – Disegnato da Vincent Connare nel 1994. Per Microsoft. Distribuito tramite Windows e Microsoft Fonts.
- Lobster – Disegnato da Pablo Impallari nel 2010. Per Impallari Type. Distribuito tramite Google Fonts.
- Brush Script – Disegnato da Robert E. Smith nel 1942. Per American Type Founders. Distribuito tramite Adobe e Monotype.
Conclusione
I font fantasia non sono “sbagliati” in sé, ma richiedono consapevolezza. Sono strumenti di comunicazione visiva molto forti, che devono essere scelti e dosati con attenzione. In tipografia, come nel design in generale, l’espressività funziona solo quando è al servizio del messaggio.
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