Fortunato Depero: Rifare il mondo da capo

Ci sono designer che reagiscono al proprio tempo, e poi c’è chi il tempo lo anticipa, lo costruisce, lo immagina e lo forza a prendere una direzione nuova. Ci sono artisti che attraversano i linguaggi, e poi ci sono quelli che li stravolgono. Fortunato Depero appartiene a questa seconda specie: non un interprete del suo…


Ci sono designer che reagiscono al proprio tempo, e poi c’è chi il tempo lo anticipa, lo costruisce, lo immagina e lo forza a prendere una direzione nuova. Ci sono artisti che attraversano i linguaggi, e poi ci sono quelli che li stravolgono. Fortunato Depero appartiene a questa seconda specie: non un interprete del suo tempo, ma un catalizzatore del moderno, un pioniere del linguaggio futuro.

Nel suo percorso non troviamo solo pittura e disegno ma teatro, arazzi, giocattoli, editoria, tipografia, pubblicità, arredamento e design. Depero è stato uno dei protagonisti più originali dell’arte italiana del Novecento, proprio perché non si è accontentato di essere artista ma ha voluto progettare un nuovo mondo. Depero non vuole decorare il mondo moderno: lo vuole riscrivere da zero attraverso un nuovo linguaggio visivo.

Dal fondo alla città

«Nacqui a Fondo (Val di Non) Trentino nel 1892. Altipiano di prati e selve oscure di larici ed abeti. Vallata di castelli e santuari. Padre nato spazzacamino e vissuto gendarme e carceriere: ciglia e baffi ispidi ed irti, si commuoveva per un nonnulla, religioso. Madre cuoca tutt’occhi e tutto cuore. Discolo, fui spedito in un collegio tedesco a Merano: mangiavo male e non mi piacevano i tedeschi. Feci pochi anni di scuole medie Reali a Rovereto, mia città adottiva. Studiai di malavoglia. Disegnavo, dipingevo, modellavo, scolpivo con passione precoce e tumultuosa frenesia di autodidatta. » […]

da: Depero Futurista 1913-1927 (libro bullonato), 1927

Fortunato Depero nasce nel 1892 a Fondo, in Val di Non, in un Trentino periferia dell’Impero austro-ungarico, una terra di confine sospesa tra cultura italiana e mitteleuropea; tra lingua, istituzioni e modelli formativi di area austriaca e un sentimento irredentista sempre più diffuso.

Depero era, si, culturalmente italiano ma in un Italia che ancora non c’era. Egli nasce a tutti gli effetti come suddito dell’Impero Austro‑Ungarico, in un Trentino che non è ancora Italia ma parte di un sistema amministrativo e culturale asburgico.

Cresce, si forma e studia dentro istituzioni che appartengono a quell’ordine, in un territorio dove l’Italia, semplicemente, non esiste ancora come realtà politica. Ma fermarsi a questo dato significa perdere la parte più interessante. Il Trentino è linguisticamente italiano, guarda verso la cultura italiana, è attraversato da tensioni irredentiste e da un’identità in costruzione che si muove tra appartenenza e desiderio.

Fortunato Depero si trasferì giovanissimo a Rovereto con la famiglia: una città colta, inquieta, attraversata da stimoli diversi, che in quegli anni vedeva uno sviluppo economico-industriale e anche socio-culturale.

Il contesto è cruciale per comprendere la sua formazione artistica: Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento l’Europa sta cambiando pelle. La seconda rivoluzione industriale ha trasformato le città, il lavoro, gli oggetti, la comunicazione visiva. L’arte non può più limitarsi alla pittura da cavalletto o alla scultura monumentale. Deve fare i conti con la produzione, il design, la grafica, la comunicazione, l’arredo e la decorazione.

Dalla nuova arte all’avanguardia

I primi anni di formazione di Depero sono quelli che vedono il consolidamento culturale arti applicate in europa. Parliamo degli anni successivi al tramonto dell’Arts and Crafts (Che potete approfondire in questo articolo) e alla nascita delle Secessioni artistiche; gli anni dell’Art Nouveau, dello Jugendstil e della celebre Wiener Werkstätte.

L’ Arts and Crafts aveva reagito alla produzione industriale più anonima rivendicando il valore del lavoro artigianale, del materiale e della qualità dell’oggetto. L’ Art Nouveau aveva trasformato la linea decorativa in un linguaggio fluido, vegetale, avvolgente. Le Secessioni, soprattutto quella viennese, avevano spinto verso una modernità più geometrica, elegante, progettuale. In parallelo cresceva l’idea, destinata a diventare centrale nel Novecento: Arte, architettura, grafica e oggetto d’uso possono far parte di un unico sistema visivo.

Mentre i movimenti secessionisti raggiungevano la loro maturità, nuovi movimenti rivoluzionari e violenti nascevano tra le anime irrequiete dei giovani europei. Parliamo delle Avanguardie, rappresentate in Italia dal Futurismo.

Ciò che accomunava gran parte dei movimenti artistici di quel periodo era una profonda rottura con il passato. “Antico” non era più “meglio”, adesso l’antico era il male da combattere, la nuova parola d’ordine era “Moderno”.

Uno dei cardini del Secessionismo austriaco era il distacco con i modelli artistici storici, con l’ellenismo che per secoli si è riproposto ciclicamente con il classicismo, il Romanico, il rinascimento e il neo-classicismo. La rottura con il passato e la spinta verso il moderno e il futuro saranno le basi culturali che avvicineranno i giovani come Depero alle avanguardie e al Futurismo.

Dalla decorazione alla poesia

Trasferitosi a Rovereto, Depero frequenta la Scuola Reale Elisabettina, una scuola tecnica a indirizzo artistico e di arti applicate. La scuola metteva in relazione arte, artigianato e preparazione tecnica; da quell’ambiente sarebbero usciti diversi protagonisti dell’arte trentina del primo Novecento, tra cui lo stesso Depero, Tullio Garbari, Luigi Bonazza e Fausto Melotti.

Qui Depero impara qualcosa che resterà fondamentale per tutta la sua vita: l’arte non è soltanto ispirazione, ma costruzione. È mano, materia, procedura, officina. È capacità di trasformare un’idea in oggetto. La sua personalità artistica nasce prima del Futurismo, in questa palestra concreta, dove il disegno non è solo rappresentazione, ma progetto.

Nel 1908 tenta l’ammissione all’Accademia di Belle Arti di Vienna, ma viene respinto. L’episodio potrebbe sembrare una sconfitta, invece diventa quasi un segno del suo destino. Depero non sarà mai davvero un artista accademico. Dopo quel rifiuto lavora come decoratore nel 1910 lavora a Torino come decoratore all’Esposizione internazionale.

Al suo ritorno a Rovereto lavora da un marmista, occupandosi di lapidi funebri sviluppando un’affinità con la scultura che caratterizzerà le sue opere future. È qui che si forma il suo sguardo: non nell’aula severa dell’Accademia, ma tra scuola tecnica, bottega, e artigianato.

Quegli anni sono cruciali anche perché vi incontra la persona che gli cambierà la vita, diventando parte attiva del suo percorso personale e professionale: Rosetta Amadori. Tra loro nasce subito un rapporto intenso che sarà il motore che alimenterà i progetti dei due giovani.

Il quel contesto vibrante la sua natura eclettica e ribelle comincia ad emergere. Nel 1913 ad esempio, pubblica Spezzature, il suo primo libro: un ibrido di poesie, prose, pensieri e disegni, dove linguaggi e suggestioni si intrecciano senza ordine apparente. Dentro convivono Simbolismo, avanguardismo e accenni cubisti, in una ricerca ancora instabile ma già orientata alla scomposizione e alla molteplicità. Le immagini si accumulano tra tensioni decadenti, spinte irredentiste e visioni fantastiche, con una sensibilità quasi teatrale verso la natura.

Da simbolista a Depero Futurista

Proprio nei primi anni ’10 Depero sviluppa la sua vena artistica, tra simbolismo, cubismo e futurismo che in quegli influenzavano artisticamente e filosoficamente i fermenti giovani ostracizzati in molti ambienti culturali e artistici. Depero, intensamente ribelle, tiene diverse mostre personali in Trentino fino al 1913, in cui espone alcune opere che suggeriscono una forte influenza verso il futurismo.

Quella indole ribelle, quella frustrazione data dai vecchi ambienti che rifiutano i nuovi movimenti giovanili e le tenzioni crescenti nell’impero, porteranno Depero e Rosetta a trasferirsi a Roma dove entreranno in contatto con Balla, Marinetti e l’ambiente futurista. Nel dicembre del 1913 il suo arrivo nella capitale segna il passaggio decisivo da una ricerca ancora personale, inquieta e frammentata, a un’adesione più consapevole al Futurismo.

Fino a quel momento Depero aveva cercato una lingua propria tra Simbolismo, tensioni, ribellione giovanile e suggestioni letterarie; a Roma trova invece un ambiente capace di dare forma teorica, energia collettiva e direzione rivoluzionaria a quella stessa inquietudine.

L’adesione di Depero al Futurismo non fu mai del tutto incondizionata: sin dall’inizio, infatti, egli mantenne una posizione critica nei confronti dell’idea di Boccioni di “rifare la storia”. Dall’altro lato, mostrò una maggiore affinità con le teorie del suo maestro Balla, che considerava il vero pioniere di un’indagine approfondita sulla genesi e sulla struttura funzionale della forma.

L’incontro con Giacomo Balla è fondamentale. Balla non è solo un artista già riconosciuto all’interno del movimento: è un laboratorio vivente di sperimentazione. Studia la luce, il movimento, la velocità, la scomposizione dinamica della realtà. Nelle sue opere la materia sembra vibrare, moltiplicarsi, espandersi nello spazio. Per Depero, che veniva da una formazione tecnica, artigianale e progettuale, quell’approccio non poteva che essere rivelatorio.

Dal futurismo all’avanguardia totale

Da questo momento la sua ricerca prende una direzione sempre più autonoma e riconoscibile: Nel 1914 iniziò a “alleggerire” la tavolozza, introducendo tinte piatte, linee curve e volumetrie plastiche spostandosi verso un personale astrattismo.

Nel febbraio di quell’anno, Fortunato Depero entra in contatto con Giuseppe Sprovieri, figura centrale nella diffusione del Futurismo grazie alla sua Galleria Futurista. La frequentazione di questo ambiente si rivela decisiva: Depero stringe rapporti di amicizia con importanti esponenti del movimento, come Francesco Cangiullo e Filippo Tommaso Marinetti, entrando così nel cuore della rete futurista.

È proprio Sprovieri a offrirgli un’importante opportunità, includendolo tra gli artisti dell’Esposizione Libera Futurista Internazionale organizzata nella sua galleria. In questo contesto, Depero ha la possibilità di confrontarsi con figure di grande rilievo, non solo italiane ma anche internazionali, tra cui Aleksandr Archipenko, Michail Larionov e Umberto Boccioni.

All’interno di questa prestigiosa rassegna, Depero riesce a distinguersi in modo significativo: sarà infatti l’unico artista a vendere le proprie opere. Questo successo, oltre a rappresentare un riconoscimento concreto del suo talento, segna un momento fondamentale per la sua affermazione all’interno del panorama futurista.

Durante questo periodo, insieme a Balla, elaborano l’idea di un’arte totale, capace di permeare ogni aspetto dell’esistenza attraverso una trasformazione radicale dell’ambiente: dall’arredo alla moda, dal cinema al teatro, dalla musica alla danza, fino al manifesto pubblicitario e alla progettazione dell’oggetto d’uso.

Questa idea troverà la sua formulazione più radicale nel 1915, quando Balla e Depero firmano il manifesto Ricostruzione futurista dell’universo.

Si tratta di uno dei testi più importanti del Futurismo, perché sposta definitivamente il baricentro dell’avanguardia. Non si tratta più soltanto di celebrare automobili, macchine, velocità, città industriali e rottura con il passato. Si tratta di rifare il mondo da capo.

In questo contesto, Balla, con la sua Casa d’arte, progettò e realizzò l’intero arredamento, dando forma a un ambiente coerente e immersivo. Depero e Rosetta, invece, attraverso la produzione di arazzi e cuscini, creò uno spazio dedicato alla realizzazione di oggetti d’arte, mobili, giocattoli e maquette, caratterizzati da strutture essenziali e linee dinamiche.

La formula è ambiziosa, quasi smisurata: ricostruire l’universo rendendolo più allegro, più artificiale, più dinamico, più colorato, più moderno. L’arte non deve più limitarsi a produrre opere, ma deve generare forme di vita.

Dall’astrattismo al plasticismo

Il vero segno distintivo pero, rimane il dinamismo futurista, che non resta solo movimento dipinto, diventa volume, meccanismo, marionetta, e carattere tipografico.

Tra il 1914 e il 1916 Depero sviluppa ricerche astratte e i complessi plastici, culminate nella mostra del 1916. Pur entusiasta del lavoro con Balla, avverte l’esigenza di rendere concrete le idee del manifesto Ricostruzione futurista dell’universo. I complessi plastici, innovativi ma poco pratici e compresi, lo spingono a valorizzare sempre più l’approccio ludico alla realtà.

La sua arte si fa sempre più plastica, teatrale, modulare. Le figure diventano corpi geometrici, automi colorati, personaggi sintetici e rumorosi, come se il mondo fosse stato smontato e ricomposto secondo una grammatica nuova.

Nel frattempo la guerra si espande diventa globale e l’Italia è chiamata a decidere se intervenire o rimanere neutrale. Da un lato chi voleva evitare la guerra contro un Impero, dall’altro chi voleva intervenire e liberare i territori considerati ancora occupati: il Trentino, l’Alto Adige, la Venezia Giulia, l’Istria e parte della Dalmazia.

Animati dal desiderio di trasformare radicalmente la società, molti futuristi parteciparono attivamente alla Prima guerra mondiale, perché vedevano questa guerra come un occasione per la neonata Italia: una sorta di terza guerra di indipendenza. Dichiarandosi interventisti, gioirono quando l’Italia entrò in guerra con l’Intesa.

Dalla guerra alla festa

L’esperienza di Fortunato Depero durante la Prima Guerra Mondiale fu breve, ma profondamente segnante. Arruolatosi volontario nel maggio del 1915, mosso da ideali interventisti condivisi con l’ambiente futurista entrò in contatto diretto con la realtà brutale della guerra di trincea, un impatto violento e destabilizzante rispetto alle iniziali aspettative.

Nel luglio dello stesso anno, dalle postazioni sul fronte, Depero scriveva alla moglie Rosetta lettere cariche di angoscia, restituendo un quadro vivido e crudo della vita in prima linea: trincee incise nella roccia, cadaveri da seppellire, odori nauseanti e una tensione continua nell’attesa del combattimento.

A causa delle condizioni di salute, fu congedato dopo pochi mesi e fece ritorno a Roma. Qui avvenne una svolta significativa: invece di rappresentare la guerra nei suoi aspetti tragici, Depero operò una rielaborazione personale del trauma, trasformandolo in una visione artistica sorprendentemente ludica e surreale.

Più tardi, nei lavori successivi, come il celebre arazzo Guerra = Festa del 1925, la violenza del conflitto viene simbolicamente sublimata, nascosta dietro forme dinamiche e colori vivaci, in una sorta di esorcizzazione estetica dell’orrore vissuto.

Da Nord a Sud

A questa fase di rielaborazione interiore seguì un momento di fondamentale apertura e sperimentazione: tra il 1917 e il 1918 Depero soggiornò a Capri, dove entrò in contatto con il collezionista e mecenate Gilbert Clavel. L’isola, crocevia internazionale di artisti e intellettuali, divenne per lui un vero laboratorio creativo in cui trasformare definitivamente l’esperienza traumatica della guerra in un linguaggio artistico nuovo.

Proprio in questo contesto nacque il progetto dei Balli Plastici (1918), spettacolo d’avanguardia in cui marionette meccaniche e forme geometriche sostituivano i corpi umani, dando vita a una dimensione ludica, astratta e controllata del movimento. Questa ricerca segnò un passaggio decisivo: dalla rappresentazione del conflitto alla sua astrazione in forme ritmiche e costruttive, anticipando quella visione dell’arte come sistema autonomo e totale che caratterizzerà tutta la produzione successiva di Depero.

Dagli ideali alla pubblicità

A partire dal 1920, con gli incarichi per Umberto Notari, inizia per Depero un’intensa attività nel campo della grafica e della comunicazione. In quel periodo, Depero e tutto il movimento Futurista appoggiano dichiaratamente il fascismo. Fin dalle sue origini, il futurismo si configurò anche come un movimento politico. Nel Manifesto futurista, Marinetti esprimeva con chiarezza una visione fortemente interventista, esaltando la guerra e la violenza:

Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore.

Giuseppe Marinetti, Manifesto futurista 1909.

Nel primo dopoguerra, prese vita il Partito Politico Futurista, con l’obiettivo di rilanciare la grandezza dell’Italia. In questo contesto, si sviluppò un’alleanza con il movimento fascista guidato da Mussolini. Le affinità tra futurismo e fascismo si fondavano su elementi ideologici condivisi, in particolare il culto dell’azione, il nazionalismo e una visione aggressivamente orientata al futuro.

Il filosofo Benedetto Croce sottolineò proprio questa continuità, affermando che l’origine ideale del fascismo poteva rintracciarsi nel futurismo. In effetti, il movimento aveva contribuito a mettere in discussione e demolire le tradizioni culturali, creando un terreno favorevole all’affermazione di ideologie radicali.

Nonostante tali convergenze iniziali, a partire dal 1922 si manifestò un crescente distacco tra molti futuristi e Mussolini. Con l’ascesa al potere e l’avvio della costruzione del regime, i futuristi percepirono un tradimento dello spirito rivoluzionario originario. Malgrado ciò, Marinetti rimase fedele a Mussolini fino alla fine della sua vita.

Negli anni successivi, tra mostre, allestimenti (come il Cabaret del Diavolo) e iniziative innovative (ad esempio il lancio di volantini dall’aereo nel 1922) Depero sperimenta nuovi linguaggi per promuovere arte e prodotti.

Partecipa alle principali esposizioni italiane e internazionali, tra cui Monza e Parigi, occasione che lo proietta verso esperienze all’estero.

Nel frattempo sviluppa una ricerca multidisciplinare che unisce teatro, design e pubblicità, mentre nel 1927 realizza il celebre Depero futurista (“libro imbullonato”), opera-manifesto pensata anche come strumento promozionale.

Tra il 1924 e il 1928 collabora con numerose aziende, imponendosi come il più importante cartellonista futurista. Per Depero la pubblicità non è separata dall’arte, ma ne rappresenta una forma moderna e funzionale: un mezzo per comunicare, persuadere e integrare estetica e vita quotidiana.

L’arte dell’avvenire sarà potentemente pubblicitaria.

(Fortunato Depero, Manifesto dell’arte pubblicitaria1932)

Questa visione troverà piena espressione nel Manifesto dell’arte pubblicitaria, dove teorizza definitivamente il ruolo centrale della comunicazione nel mondo contemporaneo.

L’aperitivo futurista

Se c’è un caso studio che sintetizza la sua visione è Campari. Non si tratta di “fare pubblicità”, ma di costruire un immaginario. Le bottiglie, i manifesti, i caratteri tipografici, persino il tone of voice visivo: tutto converge in un’unica grammatica.

Il primo aperitivo monouso, qualcosa di assolutamente innovativo, come innovativa, futurista, fu la bottiglia ideata da Depero: a forma di tronco di cono, in vetro smerigliato, senza un’etichetta di carta, tipica di tutti gli alcolici, ma con la scritta stampigliata in rilievo.

Il rapporto tra Fortunato Depero e Campari nasce nel 1924, probabilmente grazie al futurista Fedele Azari, e risulta già consolidato entro il 1925-26. In questi anni emergono opere significative come il grande poster del Bitter Campari esposto a Parigi e il dipinto Squisito al selz, presentato alla Biennale di Venezia del 1926, che Depero definisce significativamente:

Con questa opera l’artista supera le regole tradizionali del manifesto, adottando una composizione orizzontale e un linguaggio visivo dinamico e cromaticamente acceso, per rappresentare scene di consumo moderno. Depero interpreta l’arte come strumento comunicativo e funzionale, anticipando i principi dell’arte pubblicitaria futurista: l’opera diventa veicolo di un messaggio, non più oggetto puramente estetico.

quadro pubblicitario – non cartello.

La collaborazione con Campari, guidata da Davide Campari, diventa così un caso emblematico di integrazione tra arte e comunicazione. Tra gli anni Venti e primi Trenta Depero realizza numerosi progetti: manifesti, grafiche, arredi, oggetti e soluzioni pubblicitarie innovative. Alcune creazioni, troppo moderne per l’epoca, non vengono utilizzate, ma rivelano una straordinaria anticipazione del design contemporaneo, come nel caso del “Bevitore” o del celebre lettering.

Depero capisce qualcosa che molti brand ancora oggi faticano a metabolizzare: l’identità non è decorazione, è struttura. Le sue composizioni non cercano il realismo. Cercano il ritmo. Figure scomposte, colori saturi, geometrie dinamiche. Il prodotto non viene descritto, viene messo in scena.

Dal regime al nuovo mondo

Nel 1928 Fortunato Depero, spinto dalle esperienze positive raccontate da colleghi e collaboratori, si trasferisce a New York insieme alla moglie Rosetta. Nella metropoli americana, ospite di un amico, si dedica a un’intensa attività lavorativa con l’obiettivo di costruirsi una solida rete di committenze. Il suo intento è chiaro: esportare il modello della Casa d’Arte Futurista di Rovereto, che negli Stati Uniti assume il nome di Depero’s Futurist House, proponendosi come laboratorio creativo a tutto tondo.

A New York Depero organizza mostre, realizza campagne pubblicitarie, progetta ambientazioni per ristoranti, crea scenografie, costumi e coreografie teatrali, oltre a disegnare copertine per numerose riviste. Nel 1929, anno segnato dall’inizio della Grande Depressione, tiene la sua prima mostra personale presso la Guarino Gallery of Contemporary Italian Art, presentata con un catalogo coerente con l’estetica delle avanguardie, caratterizzato da testi senza punteggiatura e interamente in minuscolo.

Nonostante le difficoltà economiche del periodo, Depero riesce a ottenere importanti incarichi, soprattutto nei settori del teatro e della pubblicità. Grazie a contatti come il coreografo Massine, entra in relazione con Leon Leonidoff, direttore artistico del Roxy Theatre, avviando collaborazioni significative. Parallelamente realizza copertine per riviste prestigiose come Vanity Fair, Vogue, The New Yorker e Dance Magazine, oltre a campagne pubblicitarie per aziende e grandi magazzini come Macy’s. Collabora anche con l’agenzia pubblicitaria BBDO e progetta interventi di interior design per ristoranti newyorkesi.

L’esperienza americana rappresenta per lui un passaggio fondamentale: non solo amplia il suo orizzonte professionale, ma lo mette direttamente a contatto con una modernità urbana che i futuristi italiani avevano fino ad allora solo immaginato. Tuttavia, il confronto con New York genera anche una profonda disillusione: la città appare come una realtà caotica e alienante, lontana dall’ottimismo solare teorizzato dal Futurismo.

Nel 1930, in piena crisi economica, Depero rientra in Italia e partecipa alla I Quadriennale di Roma. Qui si trova di fronte a una nuova fase del movimento futurista, dominata dall’aeropittura, alla quale aderisce più per lealtà verso Marinetti che per reale convinzione. La sua esperienza americana lo aveva ormai portato a una visione più concreta e disincantata della modernità.

Dalla disillusione all’eternità

Negli anni Trenta il suo linguaggio evolve: abbandona progressivamente le composizioni dinamiche e i colori accesi a favore di strutture più ordinate, tonalità fredde e temi legati alla tradizione e al folklore italiano. Continua a lavorare nella grafica, nell’editoria e nella pubblicità, collaborando con diverse riviste, e nel 1931 pubblica il Manifesto dell’arte pubblicitaria, in cui definisce un linguaggio visivo sintetico, diretto e basato su ampie campiture di colore.

Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale si ritira a Serrada di Folgaria, vivendo una fase di isolamento. Nel 1943, in un contesto segnato dalle difficoltà del conflitto e dal progressivo crollo dell’Italia fascista, pubblicò la raccolta poetica A Passo Romano. L’opera si presenta come un’esplicita adesione ideologica, attraverso testi che celebrano e sostengono la retorica del regime, confermando la continuità del suo orientamento politico anche negli anni più critici della guerra.

Nel dopoguerra dichiara di aver creduto nel legame tra Futurismo e Fascismo anche per necessità economiche. Nel 1947 prova a tornare negli Stati Uniti, ma trova un ambiente ormai ostile al Futurismo, percepito come legato al regime fascista. Rientrato in Italia nel 1949, continua comunque a lavorare ed esporre, mantenendo viva la propria attività artistica nonostante l’età e la disillusione.

Con il passare del tempo, il suo ruolo all’interno del Futurismo si marginalizza. Si ritira progressivamente in Trentino, dove diventa una figura quasi leggendaria per le nuove generazioni di artisti, pur perdendo contatto con i circuiti più dinamici, soprattutto nel campo pubblicitario in evoluzione. Continua comunque a lavorare per enti pubblici, industrie e istituzioni, realizzando opere spesso di carattere decorativo.

Durante gli anni Cinquanta Depero partecipa alla collezione Verzocchi, incentrata sul tema del lavoro, contribuendo con un autoritratto e con l’opera Tornio e telaio. La raccolta, oggi conservata presso la Pinacoteca Civica di Forlì, rappresenta uno dei principali contesti in cui si inserisce la sua produzione di questo periodo. Parallelamente, l’artista intrattiene una fitta rete di corrispondenze con altri protagonisti del mondo artistico e con estimatori, tra cui Eraldo Di Vita, in seguito affermato critico d’arte a Milano.

Nel 1951 pubblica il manifesto sull’Arte nucleare, mentre tra il 1953 e il 1956 si dedica alla progettazione, all’arredo e alla decorazione della sala del consiglio della Provincia autonoma di Trento, confermando la sua versatilità progettuale. Nel 1955 entra in aperta polemica con la Biennale di Venezia, accusata di aver marginalizzato sia lui sia il Futurismo successivo al 1916. Attraverso il testo Antibiennale, Depero anticipa alcune posizioni critiche che verranno riconosciute solo molti anni dopo.

Dalla critica alla celebrazione

Nel 1957 avvia a Rovereto la realizzazione della Galleria Museo Depero, interamente dedicata alla propria opera: il progetto si concretizza con l’inaugurazione nel 1959, segnando un momento fondamentale nella costruzione della sua eredità artistica.

Fortunato Depero muore a Rovereto il 29 novembre 1960. Negli anni immediatamente successivi la sua figura riceve un primo riconoscimento significativo con la retrospettiva alla IX Quadriennale di Roma nel 1965. Tuttavia, una piena rivalutazione critica prende avvio solo a partire dai primi anni Settanta, in concomitanza con una più ampia revisione del cosiddetto “secondo Futurismo”, a lungo considerato marginale.

Un’ulteriore importante valorizzazione del suo lavoro si ha nel 2009, quando, dopo un lungo restauro, la Casa d’Arte Futurista Depero riapre come sede museale del MART di Rovereto, accogliendo alcune delle sue opere più rappresentative. L’archivio dell’artista comprendente manoscritti, lettere, bozzetti, fotografie e materiali a stampa ed è oggi conservato presso l’Archivio del ’900 del MART, costituendo una risorsa fondamentale per lo studio della sua produzione.

Fonti

Sito internet del Mart

Depero.it

Depero. L’uomo e l’artista – Scudiero, Maurizio – Egon, 2009

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