
Una domanda curiosa, ma legittima, che sono sicuro che qualcuno di voi si è chiesto:
Perché nel settore del design utilizziamo quasi esclusivamente termini inglesi?
Se ci pensiamo, in effetti, tutto ciò che appartiene all’artigianato, all’arte, alla tipografia, alle arti visive e all’architettura è caratterizzato da termini italiani, latini o al massimo francesi. Basti pensare a parole come manufatto (dal latino manu factus), matrix / matrice (latino matrix), bottega, carattere tipografico, oppure ai francesismi storicamente legati alle arti, come atelier, collage, maquette. Eppure quando si parla di design spesso si utilizzano terminologie inglesi, la parola “design” sessa è inglese.
Inoltre, sorge un’altra domanda:
Se il design più apprezzato a livello internazionale è quello italiano, perché il linguaggio con cui lo raccontiamo è quasi interamente inglese?
Beh, la risposta è meno banale di quello che pensi ed è legata alla storia stessa del design. In questo articolo faremo un viaggio che parte dalle origini del progetto, attraversa rivoluzioni industriali, migrazioni culturali e scuole pionieristiche, per capire come siamo arrivati a parlare di design… in inglese.
Una questione di energia
Fino alla metà del Settecento, i centri culturali e produttivi dell’arte e dell’artigianato erano le città italiane: Roma, Firenze, Venezia. Accanto a esse, da pochi decenni cresceva la Francia, con Parigi diventata ormai una grande potenza coloniale, culla dell’editoria e della tipografia moderna. La domanda, quindi, è inevitabile: da dove proviene l’influenza anglosassone nel mondo del design?
La risposta la troviamo in un momento storico preciso: La rivoluzione industriale.
Fu un’invenzione a cambiare il baricentro del mondo, la macchina a vapore di James Watt, presentata nel 1763 in Gran Bretagna.

Da quel momento in poi, la cultura industriale e il lessico tecnico derivato si è sviluppato nell’impero britannico e nei paesi anglosassoni, portando con sé un nuovo vocabolario che oggi permea il nostro settore: design, graphic design, product design, workflow, layout, interface, framework, device, solo per fare degli esempi.
La rivoluzione geopolitica
L’invenzione della macchina a vapore trasformò radicalmente il legame tra produzione e natura. Per la prima volta, la produzione non dipendeva più dai cicli naturali: non era necessario attendere la luce del sole, la forza dell’acqua o la regolarità dei venti. La disponibilità di energia costante permetteva di pianificare, controllare e standardizzare i processi produttivi.
Questa nuova fonte di energia rese possibile l’uso sistematico di macchinari, accelerando enormemente la capacità di produrre beni e muovere persone e merci. Ma l’impatto più significativo fu l’emergere di un modello completamente nuovo:
un sistema organizzato di produzione e distribuzione dei beni. In una parola, l’Industria.
Il vantaggio competitivo dell’Inghilterra non era dovuto alla sola macchina a vapore, ma da un insieme di fattori strutturali.
1. Risorse
Le colonie fornivano merci, capitali, manodopera, nuovi mercati e soprattutto materie prime, consentendo al Regno Unito di sostenere uno sviluppo energetico e industriale continuo. Questa rete globale garantiva risorse a basso costo e in grandi quantità, come carbone, cotone, metalli, prodotti agricoli. Ciò creò la base economica perfetta per alimentare il nuovo sistema industriale.

2. Strutture e infrastrutture
L’Inghilterra fu il primo paese a sviluppare un’infrastruttura integrata di trasporti: canali navigabili per collegare zone di produzione e porti, una rete ferroviaria (costruita molto prima dei paesi continentali) e porti commerciali in grado di gestire flussi elevatissimi di merci. La logistica britannica creò un ecosistema dove produzione, trasporto e distribuzione erano parte di un’unica di un sistema rapido, coordinato e prevedibile.
3. Visione
La forza dell’Inghilterra non fu solo tecnologica, ma culturale. Il Regno Unito intuì la portata della trasformazione e la affrontò con un approccio programmato: investimenti, brevetti, formazione tecnica, normative a favore delle imprese, un sistema finanziario e una struttura politica pronta a sostenere l’espansione.
Il risultato fu un sistema capace di influenzare economia, politica, linguaggi tecnici e, inevitabilmente, anche la cultura del progetto.
Il problema industriale
Questa accelerazione portò con sé un problema inaspettato. L’industria, aumentando i volumi di produzione, abbassa i costi e rende accessibili a molte più persone beni che un tempo erano riservati solo alle élite. Tuttavia, questo è possibile solo attraverso processi di standardizzazione che permettono di sfruttare le macchine, andando ad eliminare progressivamente il lavoro artigianale. Se nelle botteghe servono artigiani e attrezzi, nelle industrie servono operai specializzati e macchine.
Questo meccanismo dell’industria permise di abbattere i costi di produzione ma allo stesso tempo impoverì la qualità e l’estetica dei prodotti. L’Inghilterra rischiava di saturare il mercato con oggetti standardizzati, scadenti sul piano formale e lontani dai valori artigiani che avevano caratterizzato il passato. In quella fase, il paese più all’avanguardia nello sviluppo tecnico e industriale, proponeva prodotti che non incontravano il gusto e il favore dei visitatori delle grandi esposizioni internazionali.

Era chiaro che serviva una nuova figura professionale in grado di risolvere questo paradosso. Serviva formare una nuova generazione di professionisti in grado di unire sensibilità estetica, competenze artigianali e capacità tecniche, per tradurre il potenziale dell’industria in prodotti di qualità. Un progettista capace di integrare arte, tecnica e produzione. In altre parole serviva quello che oggi chiamiamo designer.
Breve storia del termine “Design”
Il termine design non era nuovo nel mondo anglosassone, il filosofo inglese Anthony Ashley‑Cooper, 3° Conte di Shaftesbury, già nel primo ‘700, fu il primo a citare la parola design nel discorso teorico dell’arte inglese, distinguendo il progetto (idea) dal disegno (traccia) e collegandolo alla nozione di disegno rinascimentale italiano.
Tale termine a sua volta deriva dal latino “signum” che corrisponde all’italiano “segno“. Fin dall’antichità, il termine “disegno“, è stato utilizzato per comunicare un’idea un “piano”. Infatti il significato implicito della parola “design” è proprio la realizzazione di un piano volto a risolvere un certo problema. Con questa parola esprime la volontà di architettare e organizzare un certo progetto.
Questo approccio progettuale all’oggetto viene esaltato dagli artisti del Rinascimento nella concezione delle loro opere. Attraverso schizzi preparatori, studi e bozzetti, essi erano in grado di tradurre un’idea ancora in divenire e di comunicarla efficacemente al committente, anticipando la forma finale dell’opera e il percorso necessario alla sua realizzazione.
Con l’illuminismo, le discipline progettuali assumono un approccio molto più scientifico, svincolando il progetto dalla pura ispirazione dell’artista e orientandolo verso un insieme di tecniche e metodi specifici. Tuttavia, l’impiego moderno del vocabolo è attribuito al progettista inglese Henry Cole, che ha promosso l’unione tra arte e ingegneria per creare oggetti utili e funzionali.
Le riflessioni di Henry Cole nel Journal of Design rappresentano uno dei primi tentativi di definire il design come disciplina autonoma, fondata sull’osservazione delle forme e sul rapporto tra utilità, produzione e bellezza.
L’invenzione del design
Per guidare la trasformazione industriale, il governo britannico fondò a Londra nel 1837 la Government School of Design. Questa istituzione, nata per migliorare la qualità estetica dei manufatti industriali, in seguito evolse diventando la National Art Training School e, dal 1896, il celebre Royal College of Art.
Dalle aule del Government School of Design uscirono le prime generazioni di progettisti moderni, pionieri di una disciplina che fino a quel momento non aveva un nome. Furono loro a definire un nuovo modo di pensare la progettazione: sistematico, consapevole, scientifico.
In altre parole, nasceva il design.

In pochi decenni, il modello delle scuole di design si diffuse rapidamente in tutta la Gran Bretagna e, successivamente, nel resto d’Europa. Per lungo tempo il design italiano rimase profondamente legato alla tradizione industriale e manifatturiera, ma fu tra le due guerre e soprattutto nel secondo dopoguerra che esplose una stagione straordinaria. In quegli anni la cultura tecnica, l’artigianato evoluto e la spinta produttiva si fusero, dando vita a quel design italiano che oggi è riconosciuto e amato in tutto il mondo: essenziale, colto, funzionale e capace di unire forma e innovazione con una naturalezza quasi istintiva.
Gli effetti collaterali
Il sistema industriale e il conseguente approccio del design non fu accolto positivamente da tutti. Da una parte sociologi, poi diventati celebri, criticavano le condizioni di lavoro nelle fabbriche e l’alienazione dell’operaio. Dall’altra parte intellettuali, artisti e artigiani criticavano il degrado culturale portato dai “prodotti” industriali e la perdita di valore dell’artigiano a favore del designer.
L’industria aveva bisogno di progettisti capace di ideare prodotti e risolvere problemi pratici di funzionamento e produzione. La creazione fisica del progetto era delegata alle macchine e agli operai che non avevano alcuna competenza artigianale o artistica ma che erano istruiti a gestire i macchinari e ad occuparsi di realizzare solo una parte del prodotto. Nessuno curava la realizzazione del prodotto dall’inizio alla fine, nessuno si prendeva cura di abbellirlo e decorarlo.
L’artigiano, invece, concepiva il prodotto, lo realizzava e lo decorava in maniera unica e personale. L’industria tendeva a produrre oggetti impoveriti e standardizzati anche se estremamente efficienti, le botteghe artigianali volevano produrre oggetti belli e unici.
Questi effetti collaterali erano inaccettabili per alcuni artisti che desideravano recuperare l’artigianato delle gilde medievali e fondarono proprio in Inghilterra il movimento dell’Arts & Crafts.
Conclusione
Se oggi parliamo inglese quando facciamo design, è perché la disciplina è nata all’interno delle strutture produttive anglosassoni che hanno guidato la modernità.
Ma il design europeo non è fatto solo di rivoluzioni industriali: è fatto anche di reazioni artistiche, movimenti culturali e nuove visioni della forma. Per continuare questo viaggio nella storia del progetto, puoi leggere anche il mio articolo dedicato all’origine del design moderno fino all’Arts & Crafts.
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